Tanti anni fa intorno al 1970 qui a Venezia ho dato spettacoli di Carnevale dentro uno chapiteau da circo che occupava tutta una grande piazza presso la torre con scala a chiocciola che s’affaccia tutt’intorno grazie ad una cinquantina di finestroni. Credo fosse, come stavolta, proprio il “sabato grasso”: io me ne stavo fin dal pomeriggio sul palcoscenico coi tecnici a sistemare le luci e il sonoro. Ricordo che faceva un gran freddo e si sbattevano i piedi e le mani pur di riprender calore. Entrò un gruppo di musici con strumenti a fiato e tamburi: intonarono una specie di ballata che già conoscevo e che nel refrain faceva:
“Se ti no me te vol pi ben/
mi anderò a Candìa con ‘na galota
granda/
e pìntarò su la randa i toi ogi/
ti che no me ha volsùo pi ben.”Quei musicanti tutti in maschera avevano trasformato quel canto disperato in una specie di sarabanda eseguendola ad un ritmo forsennato, ma l’importante era potersi muovere saltando e creando calore: attratti da quella baraonda molti passanti fecerono ingresso nel circo uno dietro l’altro. Era tutta gente in maschera e a loro volta si trasformarono in danzatori più o meno scatenati: ad un certo punto il responsabile dello chapiteau riuscì a farsi ascoltare. “Signori e signore, siamo in ritardo: dobbiamo mettere giù le sedie. Dateci una mano se vogliamo cominciare lo spettacolo all’ora stabilita”. Quella messa in opera di sgabelli e sedie varie che venivano lanciate uno all’altro e poi depositate qua e là come capita si
trasformò in una strana pantomima danzata: in un batter d’occhio tutti gli scanni erano sistemati fin sul palcoscenico e gli spettatori tutti mascherati facevano il loro ingresso correndo rapidi ad occuparsi il loro posto. Alla fine, rivolti a me, in coro mi gridarono: “Siamo pronti, puoi incominciare!”. Sistemai al petto il mio microfono, salii sul palcoscenico e fui subito interrotto da una troupe televisiva inglese: erano quelli della BBC ai quali avevo promesso uno spazio adatto alla ripresa per tre macchine. Per fortuna un gruppo di Pulcinella e Balanzoni ci diede una mano, ma pretesero che loro, gli inglesi, calzassero delle maschere. C’erano dei vigili sul fondo. “O maschere o fora! - gridarono alcune ragazze - l’unigo che pol restà a facia neta l’è lù” e mi indicarono con un centinaio di mani tese. Davvero la sensazione di essere un normale senza neanche costume davanti a quella folla colorata, assurda con le facce da guignol mi fece sentire davvero importante. Dove volgevo l’occhio incontravo uomini travestiti da donna e da animali, donne mascherate da regina e bambini scatenati che s’affacciavano fra le gambe di ognuno. Quando cominciai a parlare per presentare lo spettacolo, all’istante si fece un gran silenzio: tutta la platea si era trasformata in una specie di gran bassorilievo dipinto e dietro a me avevo un fondale di pupi e marionette. Le risate sembravano botti proprio da Carnevale e gli applausi eseguiti da schiocchi di legni battuti a ritmo perfetto. Avevo recitato il primo miracolo di Gesù Bambino… non ricordo. Forse era la resurrezione di Lazzaro. Franca che era presente anche lei in maschera disse che non le riuscì di capire di che testo si trattasse. Ma le maschere erano felici come uomini e donne normali: era
Carnevale a Venezia.
Dario Fo
